Un punto di vista da graphic designer di Nicoletta Faltracco
Quando un grafico a barre cancella la storia
C’è un momento nella vita di ogni graphic designer in cui ci si trova davanti a un foglio Excel pieno di celle, numeri e formule, sentendosi dire: ‘Puoi farci un grafico?’.
Mi è capitato decine di volte. E ogni volta ho sentito la stessa piccola frustrazione: quel numero, il 34%, o quel picco a marzo, non erano solo dati. Erano persone che avevano cambiato idea, clienti che avevano avuto una brutta giornata, dipendenti che avevano lavorato un weekend intero per chiudere un progetto. Quel grafico a barre, per quanto pulito, cancellava tutto. Sintetizzava la storia in una colonna blu.
Per questo, quando ho scoperto il lavoro di Giorgia Lupi, ho avuto la sensazione di aver trovato parole per qualcosa che sentivo da tempo ma non sapevo come chiamare.
Chi è Giorgia Lupi e cosa intende per umanesimo dei dati
G. Lupi, designer dell’informazione italiana approdata a Pentagram dopo aver fondato lo studio Accurat, ha teorizzato quello che chiama Data Humanism, l’umanesimo dei dati.
L’idea di base è disarmante nella sua semplicità: i dati non sono numeri freddi e oggettivi, sono astrazioni di storie, comportamenti ed emozioni reali.
Qualcuno, in un certo momento, ha deciso cosa contare e come chiamarlo. Dietro ogni riga di un foglio di calcolo c’è sempre una scelta umana, e quindi un punto di vista.
I tre pilastri del Data Humanism
Il contesto viene prima dei numeri
Questo cambia tutto, se ci pensi da un’azienda che vuole raccontarsi. Perché il primo pilastro del pensiero di Lupi è che il contesto viene prima dei numeri. Un dato senza contesto non dice niente, o peggio, dice quello che vuole chi lo guarda.
Le vendite sono calate del 12%: e allora? È successo dopo un cambio di packaging, durante una crisi di settore, in coincidenza con una recensione negativa diventata virale? Il numero da solo è muto. È la storia intorno a raccontare qualcosa a chi legge, e quella storia è già lì, aspetta solo qualcuno che la ascolti prima di tradurla in un grafico.
Small Data e valorizzazione dell’imperfezione
Il secondo pilastro è forse quello che mi affascina di più come persona che disegna e scarabocchia cose ogni giorno: la valorizzazione dell’imperfezione, attraverso quelli che Lupi chiama Small Data. Accanto ai Big Data, quelli automatici, raccolti da sistemi e algoritmi su scala enorme, esistono dati piccoli, qualitativi, sfumati. Sono le note a margine, le conversazioni con i clienti, i dettagli della vita quotidiana di un’azienda che nessuna dashboard cattura.
Uno small data può essere il commento scritto a mano su un questionario di soddisfazione, o l’aneddoto che un venditore racconta al bar dopo una trattativa andata bene. Non è meno importante di un big data: è semplicemente umano, e per questo racconta cose che i numeri grandi non sanno dire.
Visualizzazioni più umane
Il terzo pilastro riguarda direttamente il mio mestiere: visualizzazioni più umane.
Lupi supera i classici grafici a barre e le tabelle standard per usare design personalizzato, metafore visive, formati quasi artistici, capaci di restituire la complessità di un’esperienza umana invece di ridurla a un rettangolo colorato.
Dear Data, il progetto che spiega tutto
Il progetto che meglio incarna questa idea è Dear Data, nato dalla collaborazione con la designer Stefanie Posavec: per un anno le due si sono scambiate ogni settimana una cartolina disegnata a mano, ciascuna dedicata a un piccolo dato personale, quante volte hanno riso, quante porte hanno aperto, quante volte hanno controllato l’orologio. Non un’app, non una dashboard. Una cartolina, disegnata a mano, spedita per posta.
Oggi quelle cartoline fanno parte della collezione permanente del MoMA, e restano uno degli esempi più limpidi di cosa significhi trattare un dato come un frammento di vita invece che come una statistica.
La mostra “L’umanesimo dei dati”
Come visual designer non ho potuto perdermi la prima grande mostra personale dedicata a Giorgia Lupi, “L’umanesimo dei dati”, che attraversa nove sale tra schizzi, dipinti generati dai dati, progetti digitali, tessuti e persino tappeti, oltre naturalmente a Dear Data.
È stata un’occasione rara per toccare con mano, letteralmente, cosa succede quando un numero smette di essere un numero e diventa un disegno, un oggetto, un racconto.
Cosa può prendersi un’azienda dal Data Humanism
In un modo in cui le aziende vogliono sempre più raccontarsi e distinguersi questo innovativo approccio ai dati merita un posto nella mia cassetta degli attrezzi come designer.
Non si tratta di buttare via i Big Data o i grafici tradizionali, che restano strumenti preziosi per capire l’insieme. Si tratta di affiancarli con qualcosa di più piccolo e più vero: la voce di un cliente, la fatica dietro un progetto lanciato in tempo, la curiosità di un team che ha provato qualcosa di nuovo senza sapere se avrebbe funzionato. Uno storytelling aziendale costruito solo su percentuali e KPI parla alla testa, ma raramente resta in memoria. Uno storytelling che lascia intravedere il contesto, l’imperfezione, la persona dietro il numero, quello resta.
La prossima volta che qualcuno vi passa un foglio Excel e vi chiede un grafico, provate a fare una domanda in più: chi c’è dietro questo numero? Potrebbe essere l’inizio della storia più interessante che la vostra azienda ha da raccontare.
In sintesi
Cos’è il Data Humanism
Il Data Humanism è l’approccio alla visualizzazione dei dati teorizzato dall’information designer italiana Giorgia Lupi nel 2016. Sostiene che i dati non sono numeri neutri ma astrazioni di azioni, scelte ed emozioni umane, e che vanno rappresentati includendo contesto, sfumature e imperfezione invece di ridurli a grafici standard. In didardo lo consideriamo il punto di incontro tra il lavoro di analisi che facciamo con i clienti e il modo in cui poi quel lavoro viene raccontato.
Chi è Giorgia Lupi
Giorgia Lupi è una information designer italiana.
Laurea magistrale in architettura a Ferrara, dottorato in design al Politecnico di Milano. Nel 2011 co-fonda lo studio Accurat (Milano e New York) e dal 2019 è partner di Pentagram a New York. Nel 2022 riceve il National Design Award del Cooper Hewitt, Smithsonian Design Museum. Ha diffuso il concetto di Data Humanism con il manifesto del 2016 e un TED Talk del 2017.
I tre pilastri del Data Humanism
- Il contesto viene prima dei numeri: un dato isolato non spiega nulla, la storia intorno al dato è ciò che lo rende leggibile.
- Small Data e valorizzazione dell’imperfezione: accanto ai Big Data raccolti dagli algoritmi contano i dati piccoli e qualitativi, commenti, aneddoti, note a margine.
- Visualizzazioni più umane: design personalizzato, metafore visive e formati non convenzionali al posto del grafico a barre standard.
In didardo ritroviamo questi tre pilastri nel lavoro di facilitazione: le sessioni con i team producono soprattutto small data, e la parte più delicata del nostro mestiere è non buttarli via quando si passa alla sintesi.
Cos’è Dear Data
Dear Data è il progetto di Giorgia Lupi con la designer Stefanie Posavec: per un anno si sono scambiate settimanalmente una cartolina disegnata a mano che visualizzava un dato personale. Le cartoline originali sono nella collezione permanente del MoMA di New York.
Differenza tra Big Data e Small Data
I Big Data sono raccolti automaticamente su larga scala da sistemi e algoritmi e servono a leggere l’insieme.
Gli Small Data sono qualitativi, ridotti nel numero e generati dall’osservazione diretta: conversazioni, commenti scritti a mano, aneddoti. I due tipi non si escludono, si integrano.
Come applicare il Data Humanism allo storytelling aziendale
• Prima di visualizzare un dato, ricostruire cosa è successo intorno a quel dato.
• Affiancare ai KPI almeno un dato qualitativo raccolto da persone reali.
• Dichiarare i dati mancanti e i margini di incertezza invece di nasconderli.
• Scegliere una forma visiva coerente con la storia, non il grafico di default del foglio di calcolo.
È un metodo che in didardo teniamo in considerazione quando lavoriamo sulla comunicazione di un’impresa: prima le domande sul contesto, poi i numeri, e solo alla fine la forma visiva.
Domande frequenti
- Il Data Humanism sostituisce i grafici tradizionali?
No. Li affianca. Grafici a barre, tabelle e dashboard restano efficaci per leggere volumi e andamenti; il Data Humanism interviene quando serve restituire il significato umano dietro quei numeri. - A chi serve il Data Humanism in azienda?
A chi si occupa di comunicazione, brand e report: marketing, comunicazione interna, bilanci di sostenibilità, presentazioni istituzionali. In didardo lo possiamo usare soprattutto con le PMI, dove le storie interessanti ci sono quasi sempre ma restano dentro le teste delle persone invece che nei materiali di comunicazione. - Quali sono le critiche al Data Humanism?
Il dibattito nella comunità della data visualization riguarda la leggibilità: visualizzazioni molto personalizzate richiedono più tempo di lettura e una maggiore alfabetizzazione visiva rispetto ai grafici standard, e sono difficili da replicare su scala industriale. In didardo lo teniamo presente: la scelta tra grafico standard e visualizzazione d’autore dipende da chi legge e da quanto tempo ha per farlo.


