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Fermarsi e guardarsi – Capire dove siamo per sapere dove andare

By 16 Aprile 2020 Maggio 21st, 2020 No Comments

di Monica Zambolin

Ho sempre trovato affascinante quel buco di colore scuro del “voi siete qui” sulle mappe della metropolitana, in cui inevitabilmente anche io ho infilato il dito: un buco causato dai continui tocchi che hanno eroso la carta, lasciando a vista la lamina d’acciaio del sostegno come un punto sovradimensionato.

Aver poggiato il dito dove prima l’avevano messo altri era per me una sorta di rito attraverso cui prendere consapevolezza del momento: qui e ora, uno spazio e un tempo; un momento vissuto da viaggiatrice, con ben in mente una meta, un punto d’arrivo, a prescindere dal tempo.
“Tu sei qui. Tu sei in questo punto della Terra, proprio ora. Per raggiungere la tua meta, la tua destinazione, hai queste possibilità”, recita la muta mappa carica di simboli, scritte e colori.

 

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Sì, è anacronistico. Sicuramente un fotogramma, un fermo immagine di un ricordo.
Lo so che siamo nel 2020, che Google Maps ha sostituito le mappe e che con una pandemia in atto non potrò più pensare di misurare il tempo e lo spazio in modo analogico. Siamo nell’era dell’Innovazione, dove la nostra quotidianità è digitale, alla nostra portata e già ci rendiamo conto che non possiamo più vivere senza.
Il digitale è divenuto normale: è normale guardare l’ora dal cellulare, come leggere informazioni dal display o collegarsi ad internet per avere delle risposte, chiedere a Google o Alexa consigli su cosa fare, dove andare, cosa mangiare e altro ancora.

Quello che stiamo vivendo in Italia e in Europa è un enorme, mastodontico processo di digitalizzazione.

L’aggettivo digitale è spesso considerato in modo errato, come sinonimo di tecnologico o di elettronico, ma non è così: digitale è una convenzione; è una rappresentazione di grandezze fisiche in modo discreto (inteso matematicamente) e quindi frammentato.
Il processo di digitalizzazione è il processo di trasformazione di una grandezza continua in una grandezza discreta; digitale si contrappone ad analogico che, ammettiamolo, sa di vecchio, ma in realtà per noi è semplicemente faticoso: il carico cognitivo necessario per leggere, interpretare, comunicare in modo analogico è snervante, lento, e soprattutto, continuo.
Faccio un esempio: sono per strada, sto correndo verso la stazione per prendere il treno verso Milano e chiedo l’ora ad un passante; prima di rispondere, lui inclina il polso verso di sé, i suoi occhi trasmettono al suo cervello la posizione che le tre lancette occupano nello spazio del quadrante, quindi elabora le informazioni e mi dice ad alta voce: 14:23.
Il passante ha letto l’orario da un orologio a lancette analogico: partendo dalla lettura dell’informazione che “ha imparato a leggere”, l’ha elaborata ed infine me l’ha trasmessa.
Osservando le lancette muoversi attraverso il quadrante abbiamo la percezione (quindi i nostri cinque sensi sono attivi) dei secondi che passano, mentre con un orologio digitale sicuramente questa percezione viene a mancare.

Semplificando e basandoci sull’esempio, quindi:
1. abbiamo una grandezza fisica, il tempo;
2. dobbiamo misurarla, quindi creiamo una convenzione e strumenti di misura
3. confrontiamo i campioni
4. riportiamo le informazioni
Con questo esempio volevo focalizzare per un attimo la riflessione su quanto digitale e analogico influiscano sulla nostra percezione della realtà: gli strumenti digitali ci restituiscono una realtà frammentata e discontinua, mentre gli strumenti analogici e meccanici attivano tutti i nostri sensi, restituendoci una percezione di continuità.
Ma torniamo a noi, oggi.

Da molti giorni, precisamente dal 10 marzo, data del lockdown, il tempo è terribilmente analogico, continuo, interminabile.

Ma cosa è successo? Ad un certo punto ci hanno detto:  “fermi, immobili”.  E ci siamo ritrovati ognuno alla propria fermata della metro, del bus, alla stazione o  all’aeroporto, porto o altro…. in attesa.
Tutti in attesa di un nuovo decreto e chi in attesa di tornare in azienda o in ufficio, e chi invece “e i bimbi ora?”

Insomma, senza scelta, senza alternative.

Siamo fermi, e sentiamo nella nostra testa il ticchettio delle lancette che battono i secondi.

[Fonte: designforemergency]

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È naturale e istintivo, quasi primordiale, guardarsi intorno e cercare di comprendere la situazione, per rispondere alle domande che nel frattempo hanno invaso la nostra testa.

La ricerca dell’osservatorio innovazione digitale e delle PMI del Politecnico di Milano ha fornito il 14 febbraio 2020 un dato che potremmo interpretare come sconfortante: solo il 26% delle piccole e medie imprese infatti è pronto a sfidare i mercati mondiali, potendo contare su processi produttivi digitalizzati.
[Fonte: Innovazione digitale nelle PMI 2020, ecco a che punto siamo]

Sconfortante perché l’obiettivo triennale dell’Agenda Digitale Italiana prevedeva una strategia nazionale per raggiungere gli scopi indicati dall’Agenda Europea proprio entro il 2020.
La trasformazione digitale riguarda tutte le imprese pubbliche e private dove, grazie all’uso della tecnologia, si prevede un miglioramento di processi aziendali.
Software infatti, vengono utilizzati per il marketing e le vendite, per la personalizzazione dell’esperienza utente o incentivare la fidelizzazione dei clienti, per gestire campagne multicanale, velocizzare i processi di gestione del cliente, per il project management, per coordinare il lavoro di diversi team; vengono utilizzati tools per la gestione delle risorse umane, per il controllo di finanza e contabilità, per la gestione dei rapporti di fornitura, magazzino e logistica e CRM.
E nel caso della tua azienda? Quali scelte sono state fatte in termini di digitalizzazione? Quali processi sono già stati trasformati?
Un dato rilevato la prima settimana dopo il lockdown deve indurci a riflettere: il 47% delle PMI non era preparata al lavoro a distanza o smart working.
[Fonte: capterra]
Possiamo quindi comprendere anche lo smart working fra i processi aziendali che prevedono un giusto adeguamento di hardware e software, e dunque oggetto di trasformazione digitale.
In questi processi sono coinvolte contemporaneamente persone, cultura manageriale e strumenti tecnologici: elementi chiave di innovazione e ricerca da parte dei progettisti di user experience.

Dal 10 marzo è avvenuto un cambiamento che ha messo in discussione la normalità, ovvero quello che ho limitato qui, in questo contesto, alla trasformazione digitale delle PMI.
Quando però, verranno definite norme e modalità per la ripresa, siamo sicuri che continueremo come prima del lockdown? E se dovessimo rimanere fermi così per altro tempo? Dove andremo quando tutto ricomincerà a pieno ritmo? E se non ricominciasse come prima?

Un buon leader riconosce quando e come è il momento di procedere a seconda della situazione: può affidare la sua scelta ad un algoritmo o all’analisi dei dati; può prendere decisioni in modo autoritario o convocare un’assemblea, accogliendo l’idea della maggioranza in modo democratico; può avanzare proposte e cercare il consenso del gruppo; ha anche la possibilità di richiedere la collaborazione di un team prima di decidere.

Generalmente, tendiamo a identificare un problema in funzione di ciò che ci manca o che cosa è di troppo.

Aggiungiamo o sottraiamo. Ad esempio: voglio fatturare di più, voglio più clienti, voglio più collaborazione da parte dei colleghi e in contrapposizione voglio ricevere meno chiamate all’assistenza clienti, voglio ricevere meno reclami, voglio meno commenti negativi sui social.

Identificando i problemi e affrontandoli come punti di arrivo rischiamo di perdere di vista l’intero processo.

Il mio invito è di considerare quello che è il mindset di un progettista.

I progettisti immaginano cose che prima non esistevano; dopo la loro costruzione, il mondo cambia.

Pensate alla sedia sulla quale siete seduti: è risultato di una progettazione.
Il grande problema da risolvere era: “come e dove possiamo sederci senza avere dolori al fondo schiena?”
Durata nel tempo dell’oggetto, materiali, grandezza, resistenza al peso sono tutte scelte di tipo ingegneristico, dettate dalla materialità.
L’estetica, un’altra parte fondamentale del prodotto di design coinvolge invece le emozioni umane.

Se oggi dicessi “voglio progettare una sedia che non è sul mercato” andrei per confronto con altre sedie e farei una ricerca su quelle già realizzate, fermandomi e dandomi dei vincoli di tipo ingegneristico ed estetico.
I vincoli progettuali sono certezze, sono punti fermi, sono delle tappe intermedie da raggiungere.

Con la ripresa dopo il lockdown non sarà così; in molti ambiti non avremo vincoli progettuali, e nessuno di noi avrà esperienza pregressa di progettazione post blocco.
Dovremo gestire un cambiamento non solo nell’ambito della sicurezza sanitaria: per molti sarà un momento dove obiettivi aziendali, ruoli, responsabilità, competenze del personale interno, relazioni con i fornitori e quella con i propri clienti saranno “qualcosa di diverso”.

Quello che abbiamo davanti a noi è un futuro tutto da immaginare, tutto da ripensare: un percorso guidato dall’improvvisazione, e probabilmente costellato di fallimenti.

Partiamo dalla  domanda: Cosa farò quando tutto ripartirà?.

Con una buona dose di curiosità, ognuno di noi potrebbe ricostruire il percorso d’azione o ridefinire i propri progetti, valori, obiettivi.
Uno spazio vuoto, un foglio bianco dove inventare soluzioni a problemi che ancora non conosciamo.
Iniziamo dall’ascolto delle persone che ci stanno accanto, guardiamoci quando ci relazioniamo agli altri, e notiamo con quali modalità; osserviamo gli oggetti, gli spazi, le stanze che occupiamo e chiediamoci se da qui si può partire con la riprogettazione di qualche piccolo o grande processo.